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COMPORTAMENTISTA PARROTS TRAINER ADDESTRATORE

Il taglio delle penne remiganti 

I diritti degli animali 


Il taglio delle penne remiganti

Abbiamo da tempo espresso la nostra posizione  in merito al TAGLIO DELLE REMIGANTI, ma riteniamo corretto dare a VOI che avete il piacere di leggerci l'opinione di esperti sull'argomento. NOI siamo contrari al taglio delle remiganti se non in casi eccezionali che come recita la normativa sono a discrezione del medico veterinario aviario comportamentista.

Associazione "PAPPAGALLI IN VOLO"


Considerazioni sulla gestione degli uccelli addomesticati con e senza l’accorciamento delle remiganti.

Non è facile costruire un’estesa discussione sul taglio delle remiganti negli uccelli addomesticati per limitarne il volo. Gli uccelli sono animali vertebrati che hanno evoluto questa modalità per gli spostamenti che è prerogativa della loro classe; almeno come adattamento anotomo-funzionale, giacché conosciamo numerose specie che, per strategie evolutive, non sono in grado di volare.

Oggi, attorno a questa discussione, si sono create ideologie molto contrapposte tra loro che basano i loro costrutti essenzialmente su due assunti di base: il primo nasce dalla convinzione che il taglio delle remiganti degli uccelli domestici sia una barbara pratica e debba necessariamente essere considerata come maltrattamento animale; la seconda, invece, basata su altri principi che legittimano quest’usanza.

Occorre non fermarsi a considerazioni superficiali e affrettate, anche se spesso fanno comodo e sollevano dall’incombenza di affrontare i problemi in modo razionale. Noi riteniamo che sia necessario dedicare più tempo alla riflessione, soprattutto quando si tratta di temi che riguardano l’etica nell’allevamento degli animali domestici.

Il taglio delle remiganti è un termine improprio (poiché non si riferisce al risultato che si ottiene) che indica l’atto di tagliare alcune delle remiganti al fine di impedirgli di volare via. Questa pratica è indirizzata unicamente agli uccelli allevati artificialmente dall’uomo e destinati a diventare animali pet o, meglio conosciuti in lingua italiana, come animali da compagnia.

Il taglio delle remiganti non è una scelta che riguarda soltanto il proprietario dell’animale: essa è piuttosto una scelta che deve essere compiuta in funzione delle tecniche di gestione degli uccelli addomesticati in cattività, dell’ambiente in cui vivono e del tempo che condividono con la nostra presenza.

Quando s’intende allevare un uccello addomesticato in casa (che nella fattispecie generalmente si tratta di un pappagallo) occorre necessariamente analizzare in modo approfondito che cosa comporta l’allevamento con le ali integre e l’allevamento con le remiganti accorciate. Vediamo pro e contro di entrambi.

Se si vuole allevare, ad esempio, un pappagallo addomesticato in casa come animale da compagnia è condition sine qua non che esso sia stato allevato artificialmente dall’uomo. In un precedente articolo è possibile comprendere quali caratteristiche comportamentali distinguono questi animali dagli altri allevati, invece, dai genitori biologici.

Questo tipo di animali necessitano obbligatoriamente di interazioni continue con il proprietario pena l’insorgenza di comportamenti patologici.

Allevare un pappagallo in casa con le ali integre è sicuramente molto appagante, sia per l’animale sia per il proprietario. L’uccello sarà libero di spostarsi in tutta la casa con magnifiche esibizioni di volo. Molto appagante è per l’uomo veder planare sulla propria spalla l’animale desideroso di interazioni.

Tuttavia, questo tipo di gestione presenta numerosi problemi. Innanzi tutto una vita libera esclusivamente in appartamento non è possibile per ragioni legate alla salute dell’animale: quest’aspetto è molto importante e ogni volta ci stupiamo di come molti autorevoli autori dimostrino di trascurarlo. Un pappagallo che vive perennemente in appartamento, seppur libero di volare, non potrà avvantaggiarsi dei benefici che l’ambiente esterno e naturale esercita sul suo organismo.

Per portare un esempio, se gli uccelli non si espongono ai raggi solari diretti (quindi non filtrati da altri materiali quali il vetro, la plastica, la stoffa etc) avranno serie difficoltà nella sintesi della Vit. D, indispensabile per il metabolismo del Calcio; in sua assenza è possibile che si sviluppino forme di rachitismo. Anche la pioggia è un evento climatico che i pappagalli dimostrano di gradire. Queste asserzioni non sono soltanto presunte: è possibile evidenziare e classificare specifici comportamenti di natura innata che gli animali manifestano appositamente per questi scopi.

Perciò, l’immediata conclusione cui si può giungere è che il felice pappagallo libero di volare ovunque, che appaga molto il nostro senso animalista, in realtà può sviluppare sofferenze se allevato sempre in locali interni.

Altro problema sono i pericoli domestici. Se è vero che un uccello libero in casa impara velocemente a evitare strutture che possono non sorreggere il suo peso o che possono facilmente cadere al suo passaggio, è altrettanto vero che impara molto velocemente anche a servirsi di oggetti che possono alimentare la sua curiosità. Purtroppo, però, difficilmente nelle nostre case i pappagalli potranno trovare carnosi frutti, foglie e rametti per sfogare il loro incessante temperamento curioso: spesso s’impossessano di pericolosi oggetti, come tubetti contenenti sostanze chimiche per la cosmesi, quando non detersivi e veleni.

Ancora, in casa un pappagallo può pericolosamente planare su pentole incandescenti, getti d’acqua bollenti o rodere cavi elettrici, rischiando di morire folgorato: i pappagalli sono animali notoriamente distruttivi e le conseguenze di una loro libera e incontrollata permanenza in casa possono facilmente condurli alla morte.

Bisogna poi analizzare il pericolo delle fughe. Un pappagallo libero di volare che trova una finestra o una porta aperta difficilmente non la attraverserà. Una volta superato il davanzale con molta probabilità esso si lancerà nel vuoto, sempre che non l’abbia già attraversata in volo, librandosi felicemente nel cielo blu. Peccato che, salvo rare eccezioni, il pappagallo non tornerà più a casa e questo per più motivi. Innanzitutto l’ambiente esterno richiama, al nostro uccello addomesticato, tutti quei comportamenti atavici di ipervigilanza del territorio che gli consentono di proteggersi da pericoli e predatori. Pertanto, l’animale darà molto più spazio alla sua sfera comportamentale innata, piuttosto che a quella appresa nella vita in casa. Udire il suo nome gridato dal proprietario, non avrà più lo stesso effetto che aveva in appartamento: esso involontariamente lascerà maggior spazio alle sue pulsioni innate di controllo del territorio. Ciò nonostante, se supponessimo che il nostro pappagallo avesse effettivamente l’intenzione di ritornare a casa, dovremmo immaginare anche tutte le difficoltà che il ritorno presenterebbe. L’uccello addomesticato del nostro esempio non avrà dimestichezza geografica dell’ambiente in cui improvvisamente si è trovato e riconoscere strutture identificative della nostra abitazione, non avendole mai apprezzate da quel punto di vista, è impossibile: le nostre case dall’alto o da lontano sono strutturalmente tutte molto simili.

Un pappagallo fuggito da un ambiente domestico, in definitiva, è destinato con tutta probabilità a morire d’inedia.

Concludendo l’aspetto dell’allevamento di uccelli addomesticati in cattività, si può affermare che soltanto chi possiede appartamenti spaziosi, in grado di vantare aree protette da dedicare unicamente agli animali e che presentano collegamenti con voliere esterne, possono godersi appieno il volo libero dei propri beniamini. L’esempio è quello dell’allestimento di una stanza vuota con annessa voliera esterna.

In caso contrario, ogni volta che il pappagallo è libero in casa, deve essere sorvegliato continuamente e saltuariamente esso dovrà essere spostato all’esterno per beneficiare degli influssi che l’ambiente naturale offre.

Allevare un pappagallo libero di volare ma tenuto perennemente in locali interni non riceve un completo appagamento psico-fisico.

Discorso diverso occorre affrontare per chi, invece, sceglie la limitazione del volo (questo è un termine più idoneo per indicare l’intervento sulle remiganti).

Un pappagallo domestico che ha subito una corretta limitazione del volo può essere gestito in modo assai diverso rispetto ai pappagalli volatori. Giacché l’animale ha bisogno del massimo d’interazioni con l’uomo, una limitazione del volo consentirebbe all’animale di seguire il suo proprietario sostanzialmente ovunque: in appartamento come fuori da esso. Inoltre, è possibile consentire agli uccelli una lunga permanenza all’esterno, ad esempio in un verde giardino, luogo in cui possono facilmente trovare stimolazioni adeguate a un soddisfacimento del loro repertorio comportamentale. Immaginiamo di poter lasciare i pappagalli così trattati in un lussureggiante giardino, ricco di arricchimenti ambientali quali rocce, alberi, piante a basso fusto e, perché no, essenze botaniche appositamente coltivate per la specie cui appartiene il pappagallo.

In queste condizioni la nostra vigilanza può abbassarsi quantitativamente poiché anche in presenza di eventi improvvisi (forti rumori, passaggi di aerei etc) il nostro uccello non sarà in grado di spiccare un volo direzionato in altezza, ma la limitazione del volo gli consentirà soltanto di planare verso il terreno in un modo tale, se eseguita correttamente, da garantirgli una dolce discesa al suolo senza traumi.

I lati positivi della limitazione del volo tendono a risolvere quasi tutti i lati negativi che abbiamo affrontato per il volo libero in casa.

(Si noti poi che la limitazione del volo attraverso la recisione delle remiganti non causa assolutamente nessun tipo di dolore all’animale. Le penne sono innervate ma soltanto a livello follicolare, in altre parole in prossimità del punto d’inserzione della penna sull’epidermide. Questa innervazione consente al pappagallo di percepire la posizione della penna ma essa non si estende a tutto il calamo che, una volta sviluppatosi completamente, si presenta come una struttura cheratinosa al pari di peli e capelli).

Tuttavia, anche questa pratica presenta alcuni lati negativi che occorre necessariamente discutere. Innanzi tutto la nostra attenzione deve essere rivolta al modo con cui si esegue l’accorciamento delle remiganti. Infatti, tagli effettuati in modo maldestro possono causare importantissimi problemi agli animali che vanno dall’insorgenza di comportamenti patologici a problemi di natura clinica; queste evenienze sono notevolmente più gravi di quelle che si presentano nel volo libero. Vediamo quali.

Le remiganti che vanno accorciate devono essere preferibilmente in numero di 3/4, partendo dalla prima remigante primaria più esterna. L’accorciamento va effettuato in modo tale da recidere il calamo della penna il più vicino possibile alla radice, senza peraltro causare lesioni all’epidermide. Un calamo che sporge circa un centimetro dall’epidermide consente di asportare quasi totalmente la remigante senza causare disfunzioni all’animale. Infatti, se concedessimo misure più lunghe, il troncone del calamo rimanente andrebbe a sfregare sul groppone del pappagallo, causando irritazioni cutanee e, più generalmente, fastidio all’animale. In seconda istanza bisogna tenere presente che le remiganti vanno recise in entrambe le ali.

E’ purtroppo pratica ancora diffusa tagliare le remiganti soltanto di un’ala; questo è un errore gravissimo poiché causa ansia e insicurezza all’animale che perde il controllo naturale dei movimenti, cadendo roteando su stesso ogni qualvolta intende spiccare un volo.

Un taglio così effettuato consente agli animali di compiere piccoli spostamenti in volo, anche in senso orizzontale ma mai di compiere voli direzionati verso l’alto, che renderebbero impossibile un loro recupero. Le planate saranno effettuate in lunghezza, consentendo all’animale di dirigere la discesa dove meglio preferisce quindi, in sostanza, di utilizzare i propri apparati locomotori in modo naturale. Ecco perché più sopra, si è scelto di denominare tale pratica limitazione del volo, invece che taglio delle remiganti: rispecchia meglio la finalità per cui eseguiamo questa pratica.

Alla luce di queste considerazioni risulta più idoneo allevare i pappagalli addomesticati effettuando una limitazione del volo, soprattutto per chi non possiede la giusta esperienza per gestire dei pappagalli liberi di volare.

La limitazione del volo è una tecnica di gestione dell’animale alato tanto quanto lo è il guinzaglio per il cane o le redini del cavallo; anzi, rispetto a quest’ultima è sicuramente meno traumatica. Additare chi esegue questa pratica nel modo corretto, etologicamente e biologicamente, pecca di superficialità e dimostra di non conoscere a fondo le necessità degli uccelli addomesticati in cattività. Inoltre questa pratica, se messa a confronto con i più conosciuti metodi di contenimento degli animali (per esempio i collari “a strozzo”, il morso per i cavalli, i generatori di corrente per spostare i bovini etc), è innocua fisicamente e aiuta i proprietari a fornire le giuste stimolazioni comportamentali ai propri uccelli.

In questi ultimi tempi, oltre a ciò, iniziano a diventare consistenti le discussioni sul web in merito al volo libero. Affine ai metodi usati in falconeria, il volo libero è la pratica di liberare gli uccelli in ampissimi spazi (boschi, campi etc) al fine di farli volare per ridotti periodi e sotto il controllo vocale o alimentare del proprietario.

Non è necessario discutere in questo contesto di tale pratica, pur riconoscendo che questa potrebbe rivelarsi in futuro l’ideale per i nostri animali. La tecnica del volo libero al momento non è in grado di presentare protocolli metodologici universali e tentarla equivale a correre il rischio di perdere gli animali che, non trattandosi di rapaci autoctoni, se fuggono al nostro controllo vanno incontro a morte certa. 

NDR: Il volo libero va eseguito con l'assistenza di un trainer che insegna a metterlo in atto.

Concludendo questo tentativo di un’analisi oggettiva sul taglio delle remiganti che, se compiuto nel modo corretto, chiameremo limitazione del volo ci preme elencare ancora in modo più chiaro e riassuntivo i punti cardine del discorso.

Allevare un pappagallo addomesticato consentendogli di volare in modo naturale è la miglior scelta che un allevatore (e/o proprietario) deve effettuare, purché esso garantisca all’animale:

-  protezione da tutti i pericoli che l’ambiente domestico può presentare

-  impossibilità all'animale di fuggire

- beneficio tratto dalle condizioni dell’ambiente esterno (ambientali,  climatiche, comportamentali etc)

- permanenza del rapporto uomo/animale.

In caso contrario è possibile scegliere una limitazione del volo attraverso l’accorciamento delle remiganti primarie purché:

l’accorciamento sia effettuato in modo corretto, tale da non causare sfregamenti sul groppone da parte dei calami recisi

sia effettuato su entrambe le ali e per un numero di remiganti non superiore a 3/4 per ala

consenta all’animale di spostarsi autonomamente compiendo piccoli voli in senso orizzontale e di planare dolcemente al suolo

l’animale benefici di tutte le altre condizioni di carattere etologico e biologico proprie della specie d’appartenenza

Noi ci auguriamo che il lettore abbia trovato in questo breve articolo una soddisfacente trattazione dell’argomento limitazione del volo. Talvolta è stato utilizzato un tono polemico per spiegare ideologie ritenute scorrette che poco hanno a che vedere con la piena conoscenza degli uccelli e della loro biologia: ci scusiamo se qualcuno dovesse sentirsi preso in causa, ma l’atteggiamento superficiale e leggero che troppi “specialisti” del settore stanno utilizzando in questi ultimi anni va in qualche modo contrastato, al fine di evitare pressioni sui nostri animali e comode strumentalizzazioni professionali.

Dr. Pierluca COSTA, etologo

Dr.ssa Marta AVANZI, Medico Veterinario

http://vetexotic.it/index.php/uccelli/il-taglio-de...


I diritti degli animali

Come tenere un animale in casa: cosa dice la legge su disturbi in condominio, cani al parco, castrazione, sterilizzazione, abbandono, maltrattamento, vacanze.

Dire che un animale domestico non è un giocattolo può sembrare una banalità. Ma per alcuni esseri umani, tenere in casa un gatto, un cane, un coniglio, talvolta un animale esotico, può essere una moda o un rimedio alla solitudine che si porta tra le quattro mura di casa o in giardino senza badare alle conseguenze.

Tenere un animale in casa comporta impegno per curarlo ma anche rispetto per il vicinato, che non è tenuto a sopportare odori, rumori, cani che abbaiano di notte, gatti che sconfinano nel giardino altrui, galline che quando fanno le uova sembra che stiano cantando la Tosca e pappagalli che urlano. Esistono i diritti degli animali come esistono i diritti dei vicini. Come far convivere entrambi?

Ma il tema dei diritti degli animali è molto più ampio e riguarda proprio loro, gli amici a quattro zampe (o a due, se si tiene un pappagallo). Quando possono correre e giocare in un parco frequentato da bambini o da altre persone? Che cosa si rischia quando li si maltratta o li si abbandona perché stanchi di loro o perché diventati scomodi? Quando è il caso di provvedere alla castrazione o alla sterilizzazione o al taglio delle remiganti? Quando e dove possono andare in vacanza all’estero con il loro padrone?

In questa guida daremo risposte a queste e ad altre domande sui diritti degli animali, a cominciare, proprio, dalla legge che li tutela.

Indice

1 I diritti degli animali nella legge italiana

o1.1 Legge in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo

o1.2 Accordo tra Ministero della Salute, le Regioni e le Province autonome

o1.3 Legge sul maltrattamento degli animali e combattimenti clandestini

o1.4 Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia

2 I diritti degli animali in condominio

o2.1 La puzza di animale: cosa può succedere?

o2.2 Il cane che abbaia

o2.3 Il diritto dell’animale a non essere minacciato

o2.4 I doveri dei padroni

3 Il diritto degli animali a correre nel parco

4 La castrazione e la sterilizzazione degli animali

5 L’abbandono degli animali

6 Il diritto degli animali all’espatrio

7 Si può avere un animale selvatico in casa?

I diritti degli animali nella legge italiana

La sensibilità verso gli animali domestici è via via aumentata nel tempo e, così, anche il legislatore e la giurisprudenza accompagnano questa tendenza.

Un esempio, l’introduzione nel nostro ordinamento del divieto di pignoramento degli animali da compagnia, oltre a quelli che hanno una funzione terapeutica o di assistenza.

Ma quali sono (ufficialmente) gli animali di compagnia?

Secondo il Regolamento comunitario in materia [1] sono:

  1. cani
  2. gatti
  3. furetti
  4. invertebrati (escluse le api ed i crostacei)
  5. pesci tropicali decorativi
  6. anfibi e rettili
  7. uccelli (esclusi i volatili previsti dalle direttive europee)
  8. roditori e conigli domestici

Sul fronte della tutela degli animali, invece, è stata la Cassazione [2] a sancire che il maltrattamento non deve essere considerato solo da punto di vista fisico ma anche psichico, dato che la legge ritiene gli animali «esseri viventi capaci di percepire con dolore comportamenti non ispirati a simpatia, compassione ed umanità» [3]. La pena per chi, per crudeltà o senza necessità, provoca una lesione ad un animale o lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a lavori insopportabili è la reclusione da tre a 18 mesi o la multa da 5.000 a 30.000 euro. Pena che incombe anche sulla testa di chi somministra a quelle povere bestie delle sostanze stupefacenti o vietate e che raddoppia se da uno di questi comportamenti deriva la morte dell’animale.

Di leggi sui diritti degli animali in Italia non mancano. Ecco le più importanti.

Legge in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo

E’ la prima normativa al mondo (e siamo nel 1991) che riconosce il diritto alla vita e alla tutela dei randagi [4]. Possono essere soppressi soltanto se hanno gravi malattie o per comprovata pericolosità. Il principio generale di questa legge è quello di promuovere la tutela degli animali d’affezione, di vietare la crudeltà verso di loro ed il loro abbandono e di favorire la convivenza tra uomo e animali, tutelando, comunque, l’ambiente e la salute pubblica;

Accordo tra Ministero della Salute, le Regioni e le Province autonome

Gli enti sovracomunali hanno competenza per agire nel loro territorio, ma rispettando i princìpi di questa intesa che, per la prima volta, definisce l’animale domestico «quello tenuto, o destinato ad essere tenuto, dall’uomo, per compagnia o affezione senza fini produttivi o alimentari, compresi quelli che svolgono attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da terapia, da riabilitazione, e impiegati nella pubblicità» [5].

Vengono fissati, inoltre, alcuni diritti degli animali, ovvero i doveri di chi se li prende in cura, e cioè:

rifornirlo di cibo e di acqua in quantità sufficiente e con tempistica adeguata;

assicurargli le necessarie cure sanitarie ed un adeguato livello di benessere fisico e etologico;

consentirgli un’adeguata possibilità di esercizio fisico;

prendere ogni possibile precauzione per impedirne la fuga;

garantire la tutela di terzi da aggressioni;

assicurare la regolare pulizia degli spazi di dimora degli animali.

L’accordo, inoltre, ha imposto l’obbligo, dal 1° gennaio 2005, del microchip come sistema di identificazione dei cani al posto del vecchio tatuaggio.

Legge sul maltrattamento degli animali e combattimenti clandestini

Questa legge [6] ha introdotto nuove fattispecie di reato [7], tra cui il divieto di produrre e commercializzare pelli e pellicce di cane e gatto e disposizioni che riguardano l’uccisione o il maltrattamento di animali, gli spettacoli o le manifestazioni vietate, il divieto di combattimento tra animali e la confisca.

Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia

L’Italia [8] ha ratificato nel 2010 [9] la Convenzione approvata dall’Ue a Strasburgo che riguarda il traffico illecito e l’introduzione illecita di animali da compagnia.

La legge vieta esplicitamente di causare inutilmente dolori, sofferenze o angosce ad un animale di compagnia e punisce il suo abbandono. Ribadisce i diritti degli animali ad essere curati e mantenuti ma sancisce che, se il cane o il gatto non si adattano ala cattività, non deve essere tenuto come animale di compagnia. Insomma, sarebbe una sorta di «sequestro di animale», giusto per alleggerire il concetto.

Viene fissato, inoltre, a 16 anni il limite minimo di età per adottare una mascotte a quattro zampe e impone il divieto di intervenire chirurgicamente sull’animale se non per curarlo o sterilizzarlo. Sembra obsoleto dirlo, ma quello che non si può fare è:

tagliarli la coda o le orecchie (il lifting teniamocelo per noi umani, per cortesia);

recidergli le corde vocali (non lo facciamo con certi cantanti, perché farlo con loro?);

asportargli unghie o denti.

Infine, la legge specifica la procedura per l’eutanasia dell’animale domestico. Che non può avvenire per annegamento, asfissia, avvelenamento ed elettrocuzione se non sono preceduti da anestesia profonda. Ma anche in questo caso, una punturina è più che sufficiente, oltre che più dignitosa che far affogare un cane o far morire un gatto attaccandogli addosso la corrente. Altro che dolce morte.

I diritti degli animali in condominio

E’ nel condominio dove nascono, a volte, le discussioni più banali (l’odore di fritto, il bucato bagnato steso che gocciola su quello quasi asciutto della vicina di sotto, il rumore che fa il giovanotto quando rientra tardi la sera). Figuriamoci quando c’è di mezzo un cane che abbaia o un gatto che va i versi.

A fare ordine sui diritti degli animali in condominio ci pensa una legge del 2012 [10]che introduce due concetti importanti. Il primo, la modifica all’articolo 1138 del codice civile con cui si stabilisce che un regolamento condominiale non può vietare di possedere o detenere animali domestici. Il secondo, l’abbiamo appena detto: il concetto di «animali domestici» e non più «animali da compagnia». In questo modo, si amplia il parterre di animali che si possono tenere in casa, oltre al cane o al gatto.

Abbiamo già accennato in precedenza che i diritti degli animali equivalgono ai doveridei loro proprietari. Sono questi ultimi, infatti, a rispondere del comportamento del loro cane, gatto o furetto che sia. E quando si ha un animale in casa, specialmente in un condominio, i problemi di convivenza con i vicini non mancano.

La puzza di animale: cosa può succedere?

Se Fido o Micio sono abituati a farla nella ciotolina sistemata sul balcone o nel piccolo giardino condominiale, è facile che, prima o poi, il cattivo odore diventi insopportabile. Il diritto dell’animale è quello di farla dove gli dicono di farla, ma il dovere del proprietario è quello di pulirla dopo che l’animale l’ha fatta. Altrimenti, se il vicino decide di denunciare la situazione, il padrone del cane o del gatto (o del coniglio nano) dovrà rispondere del reato di «getto pericoloso di cose» [11], punito con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino a 206 euro. Non basta difendersi dicendo che la cacca è stata fatta nel proprio balcone e che, quindi, non ha sporcato la proprietà altrui: basta che l’odore penetri dalla finestra del vicino (magari all’ora di pranzo) superando la cosiddetta soglia di normale tollerabilità [12] (leggi «Puzza di animali: cosa fare?»).

Si può arrivare a chiedere l’allontanamento dell’animale dal condominio in caso di odori sgradevoli [13] se il vicino che non ne può più del voltastomaco presenta una richiesta al Giudice di Pace. Sarà lui a chiedere una perizia tecnica e, se possibile, a prendere i dovuti provvedimenti per risolvere il problema. Ma raramente l’animale verrà allontanato.

Il cane che abbaia

Can che abbaia non morde ma dà parecchio fastidio, soprattutto di notte ed in un condominio. Tra i diritti dei cani c’è quello di esprimersi come meglio sa, ma il diritto del vicino è quello di poter riposare e il dovere del proprietario del cane è quello di farlo tacere (di far tacere il cane, non il vicino).

Ecco perché la Cassazione [14] ha recentemente deciso che il reato di disturbo della quiete pubblica esiste eccome quando un cane abbaia insistentemente, purché il fastidio sia avvertito da tutto il condominio o al circondario. Insomma, se a lamentarsi è solo il vicino di pianerottolo o gli anziani del piano di sopra, questi potranno soltanto chiedere al giudice civile un risarcimento del danno. Ma il reato penale scatta solo quando c’è una lamentela generale di tutti i condòmini o dei vicini delle case adiacenti. A quel punto si può parlare di disturbo del riposo e delle attività delle persone [15], punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309 euro.

Il diritto dell’animale a non essere minacciato

La tipica scena: quando il vicino non ne può più dell’animale domestico del dirimpettaio, cosa fa? Gli offre un’appetitosa polpetta avvelenata. Guai a lui se lo fa, però: la legge vieta di maltrattare o uccidere un animale anche se reca fastidio dalla mattina alla sera. Il padrone dell’animale, se se ne accorge, può presentare denuncia alle Forze dell’ordine. Il malintenzionato rischia fino a due anni di reclusione.

I doveri dei padroni

Come evitare, dunque, che i diritti degli animali si trasformino nell’incubo dei vicini? Basta che i padroni di cani e gatti rispettino i loro doveri, e cioè:

non lasciare liberi gli animali nelle aree comuni senza le dovute cautele. Se si tratta di un cane, deve essere sempre tenuto al guinzaglio e, se aggressivo, indossare la museruola;

garantire che gli animali non compromettano la quiete e l’igiene degli altri condòmini;

non abbandonare gli animali per lungo tempo in casa o sul balcone (si rischia l’omessa custodia [16], punita con la sanzione amministrativa da 25 a 258 euro).

Il diritto degli animali a correre nel parco

Gli animali di compagnia hanno diritto a correre, passeggiare e giocare in un parco pubblico, purché non siano in corso delle emergenze sanitarie o di igiene pubblica a livello esclusivamente locale.

Tuttavia, la giurisprudenza (quasi una decina i tribunali amministrativi regionali che si sono pronunciati in questo senso) ha stabilito che il divieto di accesso dei cani nei parchi pubblici, anche accompagnati dai loro padroni, è illegittimo.

Secondo i giudici, un’ordinanza comunale che vieti nel modo più assoluto l’ingresso dei cani in un parco risulta essere «eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posta in violazione dei princìpi di adeguatezza e proporzionalità» [17]. Quello che, invece, i proprietari dei cani sono tenuti a fare per poter andare al parco con il proprio animale è tenere l’amico a quattro zampe al guinzaglio e portare in tasca la museruola, da utilizzare in caso di necessità [18].

Ad ogni modo, il Comune può vietare di avvicinare i cani alle aree attrezzate per i bambini o decidere di multare chi non raccoglie gli escrementi lasciati dal cane nei giardini pubblici.

La castrazione e la sterilizzazione degli animali

Capitolo particolarmente «doloroso»: quello della castrazione degli animali. Viene praticata in ambito veterinario e zootecnico, con obiettivi diversi.

Nel caso di cani e gatti, le Asl si occupano della castrazione di questi animali per contenere il randagismo e la riproduzione, nel rispetto della legge sulla tutela degli animali domestici.

In altri casi, invece, come negli allevamenti, viene praticata per ottenere della carne più tenera da mettere in vendita nelle macellerie (pensiamo, ad esempio al cappone, che non a caso si chiama così) oppure per modificare le caratteristiche caratteriali dell’animale (è il caso, ad esempio, del bue: dicono sia mansueto, ma solo «dopo»). O, ancora, per servire i testicoli dell’animale a tavola (chi non ha sentito parlare delle famose «palle di toro»?).

Ma perché castrare un animale di compagnia? Questo intervento lo si fa, soprattutto sui gatti. L’odore della loro urina, quando raggiungono la maturità, diventa particolarmente fastidioso, in quando la minzione contiene delle sostanze dall’odore penetrante, utile ai gatti per «segnare il territorio». Il problema è che l’urina va sul divano, sul mobile o sulla tenda e non tutti i proprietari ne sono felici. L’unico modo per evitarlo è quello di procedere alla castrazione, un intervento che – secondo gli esperti – non comporta danni alla salute fisica o psichica dell’animale. Ma che, naturalmente, priva il gatto degli ormoni che aumentano il suo desiderio sessuale, evitando, in questo modo, il suo senso di frustrazione per non potersi accoppiare.

Dove fare la castrazione? Da un veterinario. Sarà lui a valutare quando è il momento di farla e quanto farà spendere per l’intervento.

La castrazione degli animali di compagnia è prevista dalla normativa vigente dettata dal Ministero della Salute per il controllo delle nascite. Il Governo ha delegato a Regioni e Province di dare priorità a questi piani destinando una quota non inferiore al 60% delle risorse stanziate per la lotta al randagismo.

A tale fine, accanto alla castrazione, viene praticata la sterilizzazione, vivamente raccomandata dal Ministero su cani e gatti.

La sterilizzazione è un intervento chirurgico di routine, che viene effettuato in anestesia generale e con piccoli accorgimenti per il controllo del dolore. L’animale ha un totale recupero in breve tempo.

Mentre la sterilizzazione dei maschi viene fatta attraverso la castrazione, quella delle femmine viene praticata attraverso:

l’ovarioisterectomia, cioè l’asportazione chirurgica delle ovaie e dell’utero;

l’ovariectomia: asportazione chirurgica solo delle ovaie.

La sterilizzazione viene consigliata non solo per il controllo delle nascite ma anche per prevenire dei tumori o altre malattie dell’apparato genitale degli animali.

L’abbandono degli animali

E’ il capitolo più triste: quando il padrone abbandona il proprio animale perché stanco di lui o perché diventato troppo impegnativo. Il codice penale, però, punisce questo gesto vigliacco [19] con l’arresto fino ad un anno o l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. La stessa pena viene applicata quando un animale viene tenuto in stato di cattività ma in condizioni che contrastano con la sua natura, generando sofferenza.

Questo reato comune è di competenza del Tribunale monocratico e perseguibile d’ufficio.

La Corte di Cassazione si è pronunciata più volte in materia. Tra le ultime sentenze, quella secondo cui «costituiscono maltrattamenti, idonei ad integrare il reato di abbandono di animali, non soltanto i comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione» [20].

Il diritto degli animali all’espatrio

Tra i diritti degli animali c’è anche quello di farsi una bella vacanza con il suo padrone? Certamente. Ma dipende dove. Perché le leggi dei vari Stati vietano l’ingresso di alcune specie e di razze di cani nel proprio territorio.

Su cani e gatti, ad esempio, esiste un Regolamento comunitario che impone l’obbligo di fare una sorta di «passaporto» per animali in cui venga indicata la razza. Ma – per quanto riguarda Fido – è necessaria anche la vaccinazione antirabbica in validità e l’identificazione dell’animale tramite microchip.

Per sapere quali sono i cani che possono accompagnare in vacanza i loro padroni, leggete qui.

Si può avere un animale selvatico in casa?

La normativa vieta la detenzione in cattività di mammiferi e rettili selvatici o provenienti da riproduzioni che, in particolari condizioni ambientali e/o comportamentali, possano arrecare effetti mortali o invalidanti per l’uomo, o che, se non sottoposti a controlli sanitari o a trattamenti di prevenzione, possano trasmettere malattie infettive all’uomo.

L’elenco degli animali pericolosi è contenuto nell’allegato al decreto del Ministero dell’Ambiente del 19 aprile 1996 e comprende circa 10 ordini e 54 famiglie della classe dei mammiferi. Ad esempio vi rientrano il pitone reticolato, l’anaconda, il cobra, la mamba, il serpente corallo, la vipera ed serpente a sonagli.

Chi non rispetta questo divieto rischia l’arresto da 3 mesi a 1 anno o l’ammenda da 7.747 a 103.291 euro. Vi è la possibilità di ottenere autorizzazione prefettizia alla detenzione di questi animali, purché in possesso di idonee strutture di custodia.

In Italia, l’acquisto di un animale esotico deve essere sempre accompagnato da documenti particolari di «identità» che permettano di dimostrare l’origine legale.

La detenzione di animali esotici è poi soggetta ad autorizzazione da parte del Comune. I possessori di animali esotici sono tenuti a inoltrare la domanda di autorizzazione alla detenzione al sindaco tramite il Servizio veterinario dell’Asl competente per territorio, corredata dai documenti atti a consentire l’esatta identificazione degli animali e dimostrarne la legittima provenienza (ad esempio denuncia di nascita in cattività) e, per le specie per le quali è prevista, copia autentica della denuncia di possesso al Servizio Certificazioni Cites.

note

[1] Regolamento CE n. 998/2003.

[2] Cass. pen. sent. n. 46291/2003.

[3] Art. 544-ter cod. pen.

[4] Legge n. 281/1991.

[5] Accordo del 6 febbraio 2003.

[6] Legge n. 189/2004.

[7] Art. 544 cod. pen.

[8] Convenzione Ue del 14 agosto 1991.

[9] Legge n. 201/2010.

[10] Legge n. 220/2012.

[11] Art. 674 cod. pen.

[12] Cass. sent. n. 35566/2017.

[13] Art. 844 cod. civ.

[14] Cass. sent. n. 5613/2017.

[15] Art. 659 cod. pen.

[16] Art. 672 cod. pen.

[17] Tar Lazio, sent. n. 5836/2016.

[18] Min. Salute, ordinanza del 6 agosto 2013.

[19] Art. 727 cod. pen.

[20] Cass. sent. n. 46560/2015.

https://www.laleggepertutti.it/170859_i-diritti-degli-animali

allegati:

  1. Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia
  2. Ratificata Convenzione europea per protezione degli animali da compagnia

https://drive.google.com/file/d/1NnaFvi466anXYKUZy...

https://drive.google.com/file/d/1Pe097dHOI-avNp3E_...